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The day After. Sono uno straccio. Una mappina, come diceva Totò. Stravolta dalla tensione e dai chilometri fatti per tutta la durata della partita. Guardavo gli altri, seduti, come dei pazzi. Io non riuscivo a star ferma. Ma adesso mi consolo, ah, se mi consolo! Con il pensiero del futuro quadriennio da vivere sulla nuvoletta d'oro massiccio molto comoda, rilassante e appagante. Ieri sera sembrava di assistere a una faticosissima operazione di riscossione di credito. Con la fortuna, con la Francia, con gli iridati rigori.
Tutto si è svolto secondo magia preparata con precisione chirurgica dal pallonaro destino. Nemesi contro palingenesi. Sollievo del risarcimento contro odiati possibili corsi e ricorsi. Mi sento un'esausta campionessa del mondo debitrice di gioia a Cannavaro e compagni. Però non ce la faccio a saltare, a carosellare, a urlare. E, per seguire dettami psico-sentimentali autorevoli, mi rifaccio alle sensazioni espresse a caldo dall'attuale, indiscusso mentore di tutti noi. Il grandissimo Ringhio.
Domani sapremo un pò di più della nostra emozione, raggiungeremo la consapevolezza. Ci sentiremo meglio. Ci pavoneggeremo più stabilmente. Gli azzurri sopra les bleus, sopra gli über alles, i carioca, gli england england. Sopra tutti senza superbia, ma senza alcuna discussione. Con volgarissima, ma perfetta sicumera. Lacrime e capo chino, almeno questa volta, se li cucchino i soliti noti, con particolare soddisfazione per organizzatori e reggenti e critici cui abbiamo sconvolto aspettative e rintuzzato antipatiche gufate.Buongiorno Italia! Sei campione del mondo. E non è un'opinione”.
Il nostro 4 luglio (La Stampa
2/7/2006 )
Non ho più paura. Mi è passata immediatamente prima della partita Italia-Ucraina. A proposito, perché dicono Ucraìna? Era una vita che sentivo pronunciare Ucràina. Va be', non c'entra niente. Dicevo... Non so perché. Prima ero preda di quella sensazione quasi di sgomento, un roseghino nello stomaco che non se ne voleva andare. Venerdì, come per incanto, paff, via tutto. E non perché pensassi che la partita sarebbe stata una passeggiata. Ero così calma che gli altri agitatissimi e urlanti, abituati al mio comportamento non proprio da orsolina, alla fine del primo tempo mi hanno chiesto: «Ma, dormi?». No, no, non dormivo.
Mi stavo godendo una sensazione assolutamente nuova fin qui, pare che durerà anche per la prossima e, speriamo, le prossime sfide. Me le ricordo tutte le altre Italia-Germania, ma preferisco non fare paragoni. Loro sono diversi e, soprattutto, siamo diversi noi, sono diversa io. E poi non mi va di esprimere la mia opinione su quanto scritto sui loro giornali e, specialmente, su «Der Stronzen» come lo ha ribattezzato Beppe Grillo, che non ne sbaglia una. Ecco, se mai, andate sul blog di Grillo, dove troverete, come al solito la verità e poi vi farete due sane risate. Che non fan mai male. Mi piacerebbe rimanere in questo limbino.
Siamo vicini, ma non è ancora finita e tutto può succedere, proprio tutto. Come diceva Ferrari: «La corsa è la vera vita, il resto è ineluttabile attesa». Sì, perché quando sei arrivato, anche se sei arrivato primo, è tutto finito. Meglio ora, meglio quando puoi immaginare, sognare, sperare e essere ben sveglio e pimpante, con l'occhio della tigre, come diceva il grandissimo allenatore di pallavolo Julio Velasco. E con gli occhi della tigre i nostri entreranno in campo, il quattro luglio, decisi a giocarsela fino in fondo. Grazie, Ragazzi. Fin d'ora. Mi piacerebbe che tutto questo diventasse un dolcissimo ricordo, un ricordo preciso che ti accompagna per sempre.
Dov'eri, con chi eri, come eri vestito, e poi cosa avete fatto, siete andati per strada a festeggiare? Mi ricordo tutto del 1982. Non ricordo soltanto chi aveva portato la bandiera tricolore che poi avevo indossato come un mantello magico, andando in giro per Milano. Non sarebbe fantastico, formidabile ricordarsi tutto del 2006? Francis Scott Fitzgerald diceva: «Il vincitore rimane preda del suo bottino». Magari, benissimo, ne saremmo tutti felici. Basta, le parole stanno a zero. Mi devo concentrare fin d'ora per dopodomani. Forza Azzurri! |
SECONDO ME
LA NAZIONALE E LE CRITICHE ITALIANE E STRANIERE |
Giù le mani dagli azzurri (La Stampa 28/5/2006)
Grazie. Fino da ora. Ragazzi della Nazionale. Mi sono gualdrappata una volta sola con la bandiera italiana, nel 1982, e ho brindato a lungo, a lunghissimo al Circolo dell'Inter, in quella notte di luglio, per un destino quadriennale da campioni del mondo tanto gustoso da vivere. Mi sono più che altro stupita, altre volte, nell'ammettere l'irripetibilità di una magia. E l'ultima occasione vissuta, quella della Corea per intenderci, è svolazzata via tra l'antipatico e venduto Moreno, gli orari anomali e l'acquasantiera del Trap. Figurava bene la testa pelata di Collina, unico italiano partecipante alla finale. Unico italiano campione del mondo. Adesso più che mai. Purtroppo non c'era da gualdrapparsi.
Ci risiamo. L'atmosfera è splittata. Scotomizzare il «fubal» o «fröbil», che dir si voglia, dallo scandalo del «fröbil» o «fubal», che dir si voglia, sarebbe imperativo. Provateci anche voi, perché qui fuori allo scoperto ci si possa di nuovo concentrare sull'ipotesi di un goal che ci possa far urlare o su una gioia da condividere. Io la passione l'ho ritirata fuori. E non ne voglio più sapere di scandali e affini.
Sospendiamo il giudizio, almeno noi tifosi, e godiamoceli questi mondiali. In stagioni come questa, in cui non si sa chi abbia vinto lo scudetto, pur essendo già finito il campionato italiano, figuratevi se è possibile fare pronostici su quello del mondo, ancora nelle «braghe del vescovo». Solo qualche ex simpatico, ex campione come Beckenbauer, si lancia nella sua previsione basata sull'etica dei miei cabasisi. Caro Franz, eroe del '70, cuccati il trenino di Gigi Riva e che ti sia pesante e ti faccia lo stesso effetto di quel sinistro di Rombo di Tuono dopo aver uccellato l'«insuperabile» Vogts e l'«impenetrabile» Maier.
Intanto, con meno sussiego e più cafoneria, tifosi faziosi circondano gli allenamenti covercianesi dei nostri ragazzi di fischi a bordate, ieri a Buffon, oggi a Cannavaro, domani a chissachì. La rabbia fa dimenticare lo squillante 4-1 rifilato ai tedesconi non più tardi di tre mesi fa e il ritiro dei nostri è più simile ad un assedio in attesa di sapere chi è il prossimo intercettato, più che a un doveroso periodo di allenamento. Lasciamoli lavorare in pace, sicuri, o almeno speranzosi, che la pressione e l'ostilità della stampa rifaccia lo stesso miracolo dell'estate 1982. Notoria virtù italica è quella di trarre dalle tragedie un surplus di energia.
Piegata con cura e ancora col profumo di vittoria che le rimarrà comunque per sempre, la mia bandiera aspetta in un cassetto. Vado a vedere come sta.
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